Mi sono innamorata della ‘Signora Maria’

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Me ne ha parlato il mio amico Andrea, l’ha tirata fuori dal cilindro come una delle tanta meraviglie della sua Romagna. Sulla prima non ho aguzzato il pensiero, ho ascoltato sì, ma per mettere da una parte, per registrare e scaffalare nella memoria. Fino al momento in cui sarebbe tornata utile. Forse anche mai.

Poi insisteva, Andrea, con un piglio e un tono più convincenti del solito. Ci metteva dei contorni interessanti, Tonino Guerra, i premi vinti, l’icona della donna romagnola. Si chiama Tazzari la sua mamma ceramista creatrice e ne vende tante di Maria… è di Bagnacavallo, vai cercala su Internet.
Io con Bagnacavallo ormai ho una storia, anzi una storia sul generis l’ho proprio avuta lì a Bagnacavallo, connivente l’antico convento di San Francesco. Ma quella… è un’altra storia!

E comunque l’intrigo di saperne di più cresceva e, con il notebook sulle ginocchia, comincio a digitare Anna Tassari. Non esce nulla. Richiedo e ascolto meglio, non Tassari ma Tazzari. Ok, riprovo.
Si ora qualcosa c’è, e mi porta su un sito dell’anteguerra. Pauroso! E subito penso, non può essere. Non può essere che un’artista di un certo calibro abbia un sito così. Vedi che Andrea ha esagerato per amore della sua terra. Ma ormai ci sono e quindi vado avanti. Lui continua a parlarmi nell’auricolare.
Smanetto sul sito e cerco di capirne di più di questa ‘Signora Maria’, mitologica creatura di ceramica.

Nella home, il menu a sinistra riporta l’etichetta ‘Signora Maria’.
Clicco e mi si apre una pagina che la presenta: 10 righe di parole e 3 foto in miniatura. Tralascio lo scritto – sono ancora al telefono con Andrea – e vado alle foto. Clicco sulla prima sperando mi consenta una vista migliore.
Mi va bene, eccomi a schermo quasi intero una Signora Maria in piena forma. Smargiassa e sorridente, coricata su una grande tazza di smalto bianco con margherite arancio. Indossa un costume da bagno a righe rosse e bianche con un poderoso fiocco sotto il seno. Le sue vezzose ciabatte da spiaggia poggiano parallele sotto i suoi piedi, sul piattino della tazza. Tiene in mano un libro. Ma non legge. Si trastulla tra tazza e mare immaginario.
Fantastica! penso, davvero bella. Creativa. Originale. Sta lì in prima fila quella signora Maria, ma sullo sfondo se ne intravedono diverse. Probabilmente è fotografata nel laboratorio o negozio di Anna, in compagnia di altre Signore Maria.

tazza (2)

Voglio subito vedere anche le altre foto. Per farlo mi tocca prima chiudere questa, perché non siamo in modalità gallery, dove si scorrono una dopo l’altra. Mi viene un po’ il nervoso, mi ripeto che non è possibile… che serve una vetrina migliore per la Maria. Comunque mi adeguo, chiudo e apro la foto successiva.
Fatto!
Ecco.
WOW!
E qui mi innamoro…
La Signora Maria è vestita con un completino in fantasia floreale azzurra, con intarsi di giallo stinto. Di buon gusto, misurato, giacca e gonna. Scollatura generosa. D’altra parte la Signora Maria è generosa di suo. Decolté gialle con una vezzosa rosellina rossa davanti. Guarda ma non guarda. Di fronte a sé. Tanto verde, foglie spesse e carnose. Assapora il sole tiepido che le cade addosso. Respira l’odore forte della pianta pudica e rigogliosa che invade lo spazio di fronte a lei, disegnando le zone d’ombra e lasciando filtrare solo qualche lama di luce. Lì su quella finestra d’altri tempi dove lei sta. Dritta in piedi, fiera e composta. Una mano in grembo e una allungata sul fianco. Gli occhi socchiusi e le labbra morbidamente rilassate. Quasi in contemplazione.
È un’immagine potente.

Quando l’ho vista sono stata catapultata in un angolo di Sicilia frequentato parecchi anni fa. Il nome del paesino, sperso tra Castellamare e San Vito lo Capo, nei dintorni di Scopello, non lo ricordo.
Ma le fronde ampie e ombrose di un giardino spontaneo colmo di piante di fico, a loro volta colme dei loro frutti, lo ricordo come fosse ieri. Una cartolina in quella terra dove l’azzurro dei cieli è intenso e limpido allo stesso tempo. Ti impone di guardarlo ma ti fa socchiudere gli occhi al suo cospetto per la tale quantità di luce che promana.
E a circondare quello sciame di fichi, un muro bianco, tirato su alla meglio, ma pulito e ben tenuto. Verniciato di lucido. Faceva rimbalzare il sole e creava geometrie di chiaroscuri in quell’ora del primo pomeriggio dove il caldo azzoppava tutti e faceva fuggire anche i bagnanti dei faraglioni. Nemmeno il mare ti salvava.
Quello spazio contemplava qualche tavolo e delle panche. Ce n’erano di legno, di fattura discreta, ma le più erano di formica, color marrone spento, consumate dal sole. Mobilia degli anni ‘70 piazzata lì per dare un po’ di comfort agli avventori della botteghetta che stava di fronte. Cinque, sei metri quadri dove si sfornava il pane cunzatu più buono del mondo. L’unico segno di modernità era il frigo delle bibite. Aprivi e te la prendevi. Il cartoccio di pane in una mano, una birra a canna e l’ombra fresca del ruvido fogliame. Il sole allo Zenit, come dice Rumiz. Mangiavi in silenzio, non c’era niente da dire. Tutto era superfluo. Gustavi ogni frangente.

Pane cunzatu 2Era una contemplazione costante. Lasciavi che gli occhi facessero da soli, e si perdessero nel nulla antistante ricolmo di natura selvaggia. Perché il centro abitato, otto, forse dieci case compreso il forno del pane cunzatu, si fermava lì. La strada sterrata faceva perdere le sue tracce tra la sterpaglia e non ti restava che ammirare e immaginare le meraviglie di quella Terra.
Lì ti potevi riappacificare con il mondo. Non avevi bisogno di altro. Un morso al pane appena uscito dal forno a legna e colmo di pomodoro, melanzane, olive e scamorza. Un sorso di birra ghiacciata. L’odore dei fichi maturi, dolciastri e sanguinolenti, il ronzio delle vespe che si saziavano di quel nettare. Dopo il cunzatu te ne pigliavi pure uno e chiudevi in bellezza.
Le poche parole dei pochi avventori. Lo sguardo perso a navigare e ringraziare.

La Signora Maria, appena l’ho vista, mi ha riportato là. Nel torrido di quell’estate tra terra e mare, cielo e passioni, stagioni che partono e non ritornano. È stato un rimescolamento di emozioni e sapori. Suggestioni che si schiudevano alla memoria. Perfino le tende bianche, lavorate con trame dozzinali degli anni della mia infanzia, che incorniciano la finestra dove se ne sta in pacifica estasi la Signora Maria, mi hanno smosso ricordi e desideri.

Davvero un capolavoro questa Maria. Almeno ai miei occhi. Almeno per il mio cuore.
È solo una statua di ceramica, si potrebbe replicare. Certo, si potrebbe rispondere.
Ma solo per chi non ha memoria e fatica a lasciarsi trasportare in quegli angoli di sé in cui risiede lo stupore e l’emozione. Per tutti gli altri, la Signora Maria, è un pezzo di noi. In carne e ossa. E sentimenti.
la prima

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